‘InharmoniCity’ (ZBF-0108) review @ Rapporto Confidenziale
Jan 20th, 2009 by U.S.O. Project

RAPPORTO CONFIDENZIALE (2009)
U.S.O. PROJECT+SELFISH – INHARMONICITY (Dvd-Video)
C’è poco di armonico in questa seconda release della videolabel Zerofeedback. Scorbutico è il termine che mi sono ritrovato fra le mani più spesso. Intanto la genesi.
Il progetto nasce dalla collaborazione fra Matteo Milani e Federico Placidi, in arte U.S.O. Project – Unidentified Sound Object, e Giovanni Artignano – in arte Selfish. Entrambe le polarità di questo progetto si occupano di arte digitale, i primi di musica il secondo di immagine in movimento. L’operazione messa in piedi è assai particolare perché racchiude in circa sessanta minuti, suddivisi in tre tracce, quella che sarei portato a chiamare performance – o liveset. La colonna audio fa da struttura portante all’opera attorno alla quale vengono campionate immagini che rispondono sincronicamente alle frequenze sonore. Il dato reale dal quale attinge Antignano è lo spazio visivo della città, il paesaggio urbano d’un agglomerato di indefinibile collocazione geografica, le sue immagini danno forma al paesaggio sonoro generato dalla colonna audio di Milani e Placidi.
Lo spazio urbano emerge da un magma sonoro e visivo fatto d’un numero sempre crescente di linee orizzontali che lascia intravedere appena immagini scorrevoli da destra a sinistra di scheletri architettonici. La prima traccia Girl Running (8’43”) sembra volerci raccontare un prologo dello spazio che andremo a visitare nei capitoli successivi, un’origine spettrale dello spazio urbano che verrà, narrata in scala di grigi ad alto contrasto. Invisible Words (12’41”) ci catapulta, fra distorsioni sonore, entro un punto di vista elettronico su d’una città fatta di grattacieli, una specie di occhio meccanico incapace di cogliere un’immagine chiara e definita. L’instabilità del quadro è frenetica.
Le interferenze incessanti sono praticamente invisibili per l’occhio, ben oltre il percepibile, ed è in questa meticolosa maniacalità della ricerca dell’imperfezione che risiede una delle caratteristiche peculiari di questo InharmoniCity. Una ricerca perseguita ostinatamente per tutta la durata del lavoro che rappresenta la concretizzazione dello sforzo individuale tipica dell’artista sperimentale, ovvero colui per il quale il film può esistere solamente entro determinate condizioni d’autarchia estetica; è entro questa modalità produttiva che da sempre il cinema sperimentale produce le proprie opere e proprio per questo è considerato difficile da vedere o, se si preferisce, scorbutico.
Il valore della sperimentazione non è mai fine a se stesso, è una traiettoria da percorrere per allargare i confini di quel che è noto, spesso attraverso l’eccesso ma invariabilmente andando nella direzione opposta al flusso della norma e dei codici preconfezionati. Jack Smith, John Mekas, Stan Brakhage, Len Lye, Paolo Gioli, Alberto Grifi, Walter Ruttmann e Takahiko Iimura sono solo alcuni dei cineasti che pur avendo realizzato dei film che solitamente si è portati a nominare come inguardabili hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema e, molto probabilmente, se fossero ancora a noi contemporanei utilizzerebbero proprio il linguaggio della performance o del liveset per dare forma al proprio istinto.
Dunque InharmonyCity è sperimentazione audiovisiva che sfocia nella terza traccia …From the Past…Out of the Future (41’04”) che a voler essere sbrigativi si potrebbe raccontare come un Koyaanisqatsi anfetaminico.
InharmonyCity è un’opera coraggiosa, che travalica molti generi dell’audiovideo contemporaneo, vicina a molte produzioni internazionali, una su tutte: lo splendido Kuvaputki diretto da Edward Quist sulle musiche dei Pan Sonic.
A questo punto perché non chiamarsi registi? (Alessio Galbiati)
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